I biazaci di busca

Sconosciuti per secoli
I pittori Tommaso e Matteo Biazaci sono rimasti pressochè sconosciuti nella città di origine sino alla pubblicizzazione e agli studi in loco negli anni ottanta del '900.
Critici e storici avevano pubblicato importanti articoli sui ritrovamenti e sui restauri compiuti dalla Soprintendenza ligure ad Albenga e Montegrazie d’Imperia nel 1950 e la conoscenza dei nostri artisti si stava diffondendo tra gli studiosi in seguito a nuove opere, firmate o attribuibili, che via via emergevano.
I cicli di affreschi liguri, datati seconda metà del '400, recavano una firma "Thomas Biazacius de Buscha et Matheus ejus frater pixerunt" ed erano già stati osservati dagli storici liguri G. Rossi e Alizeri che, scrivendo alla fine dell’800, riconducevano a Busca, "grossa borgata sulla Maira tra Saluzzo e Cuneo" (Alizeri 1873), l’origine di questi pittori.

La Madonna di palazzo Bianco a Genova
L’unica opera nota a quel tempo era la preziosa Madonna, esposta a Palazzo Bianco di Genova e firmata dal solo "Thomam.de.Biazac pittore de Buscha", datata 1478.
Localmente le notizie di questi artisti erano giunte attraverso l’opera monumentale del Turletti di Savigliano del 1885. Lo storico citava l’opera di Tommaso che nel 1465 a Savigliano decorava la torre dell’orologio, mentre a Marene, l’anno seguente, alcuni pittori con "Magistro Thoma e suis sociis" dipingevano stemmi sulle porte di San Giovanni per l’arrivo di Amedeo IX.
Mario Bressy, nel 1956, trovò nell’archivio saviglianese la copertina miniata del riordinato Codice degli Statuti di Savigliano, realizzata da Tommaso in quegli anni.
L’impulso alla ricerca dell’attività di questi pittori venne dalla pala di Palazzo Bianco di Genova, un’opera proviente da Albenga, di cui è incerta la collocazione; costituiva probabilmente il pannello centrale di un polittico dalla ricca incorniciatura o forse faceva parte delle stupende tavole su oro eseguite durante la permanenza nel convento di San Bernardino di Albenga di cui dà notizia il Rossi. La Madonna raffigurata nella tavola è rappresentata secondo i criteri dell’iconografia tardo gotica bizantina. L’esecuzione, minuziosa e calligrafica nei dettagli realizzati con accenti miniaturistici (in particolare la figura del Bambino, l’abito e il trono della Madonna), rivela gli inizi come miniaturista dell’attività di Tommaso, un dato confermato anche dal ritrovamento del Bressy a Savigliano. Nell’incantata dolcezza della Madonna è stato rilevato un rimando ai caratteri bembiani, in particolare alla tipologia di Bonifacio Bembo nel volto della Vergine, la cui figura però non ha il plastico vigore del modellato bembiano.

Taordogotico senza asprezze
L’opera di Tommaso, pur collocandosi nel solco dell’arte tardogotica, non ne ha le asprezze nordiche. La tavola di Tommaso esprime ''umiltà popolaresca e riflette lo spirito artistico del suo autore che è un poeta dialettale legato ai modi tardogotici, ma interpretati con una personalità mite e proclive ad una temperata compostezza [...] rifugge ogni esasperazione formale ed ogni espressionismo; più incline alla dolcezza mediterranea che agli aspri accenti nordici'' (P. ROTONDI "Per Tommaso e Matteo Biazaci da Busca" – Rivista Ingauna Intemelia, Anno XI, 1956, p. 13).
Questa tendenza caratterizzerà tutti gli affreschi dei Biazaci, anche nelle opere loro attribuite nella città natale di Busca dove, con probabilità, devono aver svolto la loro attività giovanile anteriormente al 1465.

Una famiglia buschese
Il nome di Busca figura sempre nelle opere firmate e datate. Tommaso doveva essere capo di una scuola fiorente dal momento che a Savigliano è citato "magistro Thoma cum sociis", una scuola rimasta attiva a lungo, se la data 1504 letta da Elisa Cottura nei riscoperti affreschi di Casteldefino venisse criticamente accettata.
L’esistenza di una famiglia Biazacio (o Busaci o Biazacius) è documentata a Busca in un atto del 1494, in cui un certo Thoma Biazaci funge da teste in un contratto nell’archivio parrocchiale; in un altro documento, del 19 novembre 1546, compare un "Baptista Biaiaci". Una famiglia che termina col 1500, poiché nei registri parrocchiali nell’ultimo decennio del sec. XVI non compare più il nome di Biazaci.

Pittura come ''mass media''
Matteo e Tommaso Biazaci, fratelli pittori, predicatori itineranti, sono rappresentanti di una stagione culturale, la fine del Medioevo, dove l’arte diventa il mass media insostituibile del sapere popolare e dove questo "sapere" consiste nei contenuti della fede e nella conoscenza dei mezzi della salvezza eterna.
Il discorso artistico dei pittori di questa stagione, ancorata ai modi tardogotici di Jacopo Jaquerio, si diffonde sino a riempire ogni cappella di affreschi con una narrazione visualizzata che rimanda al teatro popolare e costituisce una didattica quanto mai efficace.

Volti dolcissimi
In questo ambito si inserisce la narrazione dei Biazaci, stilisticamente "incline alla dolcezza mediterranea" attraverso una resa cromatica morbida e delicata. Specialmente i volti, dove maggiormente si esprimono i sentimenti dei protagonisti, si mostrano pervasi di profondità contemplativa; ne è un esempio altissimo il Santo Stefano morente, splendido per l’intensità dello sguardo appassionato del martire; così la figura di San Sebastiano nella seconda scena del dipinto della crociera di volta della cappella omonima.
La bellezza dei volti biazacei risplende nelle dolcissime Madonne, memori della pala di Palazzo Bianco a Genova: Sampeyre, Chiot Martin, la cappella Mater Amabilis di Cuneo, l’Annunciata di Santo Stefano, sino alle Virtù di Montegrazie, volti femminili che rivelano gli accenti di soave mitezza che Tommaso sa trasfondere anche nella raffigurazione dei momenti drammatici.

Un dolore mite
Infatti nella resa del dolore umano, mancano in Tommaso quegli accenti violenti che invece appaiono in Canavesio sulla scia di Jaquerio: nel Cristo in avello di Santo Stefano il dolore della madre è effusivo ma profondo e contenuto, mentre tenero e accorato è quello dell’amico Giovanni e il volto del Cristo, morto ma vivo, è atteggiato in un dolcissimo e accorato e silenzioso rimando al salmo "vedete se c’è un dolore simile al mio". Anche la rappresentazione del dolore è mantenuto dai Biazaci negli ambiti della mitezza che ne caratterizza lo stile.