L’intervento del Sindaco di Busca all’atto costitutivo del gemellaggio

Amici di San Marco Sud, di Cruz Alta, buschesi. E’ con immenso piacere ed onore che mi accingo a formalizzare l’atto costitutivo del gemellaggio fra le nostre città e le nostre comunità. Le emozioni che la gente di San Marco Sud, Cruz Alta e Busca hanno vissuto e stanno vivendo hanno contribuito a confermare e rafforzare quello che la storia, a partire dal secolo scorso, ha scritto. Il popolo argentino ed italiano sono fratelli.
Non per nulla la comunità italiana è la più numerosa in argentina e noi italiani abbiamo trepidato nei non lontani anni della dittatura, così come abbiamo seguito con angoscia le vicende dei “desaparesidos” e in ultimo abbiamo seguito con attenzione la catastrofica situazione economico-finanziaria.
Agli inizi del Novecento non c’era casa o borgata dove non fosse possibile incontrare anziani capaci di intonare il ben noto canto popolare che parlava dei “trenta giorni di macchina a vapore” necessari a raggiungere l’America con il fermo proposito di “formare paesi e città”. L’America larga, generosa di spazi ed illusioni, per molte famiglie era solo ed esclusivamente l’Argentina ribattezzata la “Merica”, una sorta di eldorado, di Far West, dove andare a vivere, nel lontano ovest, al di là del mare, sogni ed impossibili avventure.
Migliaia di emigranti la “Merica” l’hanno cercata nella sterminata terra dei gauchos, in realtà troppe volte una chimera che solo pochi hanno trovato. Un’utopia che molto ha affascinato, ma che spesso ha deluso. La Merica è anche la storia di uno sterminato esercito di contadini andato a combattere una guerra di fatica e sacrifici, per un’idea di giustizia che purtroppo ha trionfato troppo poco.
Le emigrazioni dalla nostre valli Maira, Varaita e Po si manifestano con la massima intensità tra il 1912 e il 1936 quando sulle nostre montagne gli abitanti diminuisco del 31 per cento.
Le mete furono la Francia, l’Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti. Sono stati più di due milioni i piemontesi emigrati all’estero dal 1870 al 1970. Stimabili in tre/quattro milioni di piemontesi d’origine. Credo che in tutte le nostre famiglie ci siano parenti lontani oltre confine. Qualcuno ha fatto fortuna, altri meno. Anche la mia famiglia non fa eccezione.
Oggi li ricordardiamo tutti e per noi giovani è un occasione per riscoprire le nostre radici e una parte importante della nostra storia.
I nostri anziani raccontavano storie di emigranti langaroli che erano riusciti a nascondere nei calzari, legati intorno ai polpacci, i virgulti di barbatelle di Dolcetto e Favorita, coperti da spesse calze per eludere le dogane, preparando così il grande successo dei vini piemontesi in terre lontane.
Il “fenomeno dell’emigrazione”, per chi si è fatto strada, è passato attraverso lo zappare le terre altrui, costruire ferrovie, raccogliere caffè nelle sterminate “fazendas” assolate. Il tutto senza mai abbandonare il ricordo delle proprie origini. Il Piemonte, il nostro Piemonte, è certamente protagonista del legame fra argentini ed italiani. Ogni anno a Lucche viene organizzata la Festa Nazionale Piemontese ed in provincia di Cordoba, ci sono ben due feste dedicate al piatto della Bagna cauda.
Ma la storia di emigrazione è anche fatta di tragedie legate alla vastità incontenibile, alla devastante violenza del mare. Più ancora furono poi le vittime, ed in particolar modo vecchi e bambini, che perirono per le disastrose condizioni sanitarie durante la traversata.
Voglio ricordare un aneddoto, che mi ha particolarmente colpito, legato all’affondamento della nave “Principessa Mafalda” il 25 ottobre 1927: perirono oltre quattrocento persone.
Del “Titanic” si è scritto molto, invece poco si sa della “Mafalda”. Difficoltà tecniche ci furono fin dalla partenza da Genova. Nel Mediterraneo le macchine si fermarono otto volte. Durante la traversata la caldaia a vapore funzionava male e la nave assunse una pericolosa inclinazione. Martedì 25 settembre, in un tiepido giorno primaverile, con mare calmo, la nave, lunga 147 metri, stava viaggiando in direzione sud-ovest davanti alla coste brasiliane. Alle 17 un sordo rumore la scosse e si fermò. Dopo sommarie spiegazioni, la vita a bordo riprese. L’orchestra ricominciò a suonare, quelli della prima classe continuarono a gustare il thè, gli altri ripresero le passeggiate in coperta nell’attesa della cena. In realtà si era sfilato il l’asse portaelica di sinistra. L’acqua entrò da un portellone e le paratie, ormai vecchie, non si chiusero. Il personale di bordo non riuscì a tamponare l’acqua, che nel giro di poco tempo invase la sala macchine. Le caldaie si spensero. Mancò la luce e l’oscurità complicò ulteriormente le operazioni di salvataggio
Agli occhi dei soccorritori si presentò uno spettacolo dantesco: le lance di salvataggio non furono sufficienti per contenere tutti i naufraghi e le richieste d’aiuto ed i lamenti si intrecciavano in tutte le lingue. A completare un quadro già di per sé disperato ci pensarono anche gli squali.
Vi ho voluto raccontare questo episodio perché certamente poco conosciuto e soprattutto perché almeno cinque buschesi furono tra le quattrocento vittime. Ermenegildo Sigotti di 41 anni, ed un intera famiglia di San Giuseppe inghiottita dalle onde: Chiaffredo Margaria, il padre di 36 anni, la moglie Angela Lamberti, di 25 anni ed i tre figli Giuseppe di 5 anni, Oreste di 3 anni e Claudina Teresa di poco più di un anno. Una tristissima pagina di storia riportata alla luce dal nostro Ufficio anagrafe.
Concludo questo mio breve intervento ringraziando di cuore il Comitato per il gemellaggio nella persona di Giuseppe Perucca, per la passione, per le motivazioni, ampiamente condivise dall’Amministrazione comunale, per questo momento di socializzazione tra due popoli così distanti, ma anche così vicini.
Mi auguro, infine, che le Amministrazioni comunali di Busca, di Cruz Alta e di San Marco Sud possano in futuro proseguire su questa strada, favorendo l’interscambio e le integrazioni tra le nostre comunità. Un ringraziamento a tutti i buschesi per quanto hanno fatto e per quanto faranno nei prossimi giorni per la buona riuscita dell’iniziativa. Questo gemellaggio è anche un segnale di pace e fratellanza tra popoli che vogliono vivere in serenità ed armonia.
Un abbraccio a Voi, amici argentini, a tutti i membri della delegazione per essere qui in terra buschese. Vi prego di trasmettere questi sentimenti di amicizia a tutti i vostri concittadini che sono rimasti oltreoceano.
Voglio concludere queste mie parole con una frase celebre di Cesare Pavese che credo meglio di ogni altra possa rappresentare i nostri sentimenti e le nostre emozioni.

Un paese vuol dire
non essere soli,
sapere che nella gente,
nelle piante, nella terra
c’è qualcosa di tuo,
che anche quando non ci sei
resta ad aspettarti
”.